ORFEO

FAVOLA PASTORALE di Angelo Ambrogini, detto POLIZIANO

 

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Lo spettacolo propone un allestimento della Fabula di Orpheo del Poliziano, testo di larga fortuna scenica e letteraria nel corso del Quattrocento, emblematico della riscoperta del teatro in età umanistica, considerato il prototipo del nuovo genere della pastorale che tanta fortuna avrebbe avuto nel corso del Cinque e Seicento.

Composta fra il 1475 e il 1478, come attestano le ricerche più recenti della Tissoni Benvenuti, la Fabula, nella lettera a Carlo Canale preposta tanto ai manoscritti quanto alla princeps del 1494, viene presentata “letterariamente” dallo stesso Ambrogini come testo d’occasione composto in «dua giorni, intra continui tumulti» per la festa di fidanzamento di una figlia del Gonzaga nel giugno del 1480. Come è noto, si tratta invece di un testo complesso e di ricercata fattura, rielaborazione di alcune delle diverse tradizioni classiche che compongono il mito di Orfeo. La composizione ad intarsio linguistico, tematico, lessicale, ritmico, possiede anche una certa efficacia sul piano drammatico tutta basata sulla parola, che spesso si fa scenografia verbale e non rende necessaria una visualizzazione scenografica consentendone la rappresentazione anche in assenza di apparati. Un dramma adatto ad essere recitato in situazioni conviviali e in occasioni di passatempo e diletto. Un testo «da camera» per una fruizione elitaria, analoga a quella che caratterizza nello stesso periodo e nel medesimo ambiente socio-culturale fiorentino un certo intrattenimento musicale e coreografico.

L’allestimento che qui si propone punta a mettere in luce come l’involucro sensibile della fabula di ambientazione arcadica, mediato dalla messa in scena della parola poetica, costituisca per la cultura umanistica delle città stato quattrocentesche una visione modellizzante che investe i dati filologici di valori ideologici: «Philosophia. Involucra fabularum». 

 

 

 

Note di regia

In tutta la fabula il binomio Poesia/Musica con la sua forza incantatrice della natura e trionfante sulla morte è al centro della rappresentazione e richiama fortemente, attraverso il mito dei Orfeo, il tema filosofico dell’“Amore maestro di tutte le arti” (secondo il pensiero di Marsilio Ficino).

La messa in scena intende rendere conto della fortuna del mito attraverso il tempo, partendo proprio dall’archetipo polizianeo e dai richiami all’antichità classica evocati in età umanistica, fino al capolavoro di Striggio-Monteverdi e alla messa in evidenza dello stretto legame che unisce nel Rinascimento l’espressione poetica, quella musicale.

Il presente lavoro intende conferire pari dignità tanto alla declamazione quanto alla musica, elementi distinti ma non disgiunti, autonomi ma non indipendenti. Il doppio, la contrapposizione non antitetica, come chiave di lettura: Mercurio, messaggero celeste e Plutone, re degli Inferi, la ricerca della soddisfazione terrena di Aristeo e l’esaltazione mistica di Orfeo, il serafico Mopso e l’istinto delle Furie e Baccanti. Il doppio che nasconde, intimamente, un ulteriore doppio, non sempre antinomia della sua origine, come a rievocare, senza amarezza, alcuni avvertimenti ai quali non sempre si presta attenzione, ma che ci rammentano proprio questo doppio non duplice. Insomma, Poliziano come anticipazione e, forse, riflettendoci, affermazione di quelle idee che spinsero poi Erasmo, col suo Morae Encomium (1509), a dare forma ad un pensiero evidentemente ben condiviso dai colti umanisti. In effetti, un gioco di riverberi tra giudizio e follia, logica e assurdo, apparenza e tangibilità, arcaico e contemporaneo, ci sembra un’ipotesi di lettura che può, pure senza presunzione, essere condivisa ed applicata a un’idea di Orfeo più vicina al nostro tempo.  (Stefano Somalvico)

 

 

 

 

 

La Compagnia del Coràgo

 

 

 

COSTUMI: Massimiliano Falcone

 

 

MUSICA DAL VIVO ESEGUITA CON STRUMENTI ORIGINALI

 

 

 

 

REGIA: STEFANO SOMALVICO

 

 

 


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